
«NON HO PIU' VOGLIA di reggere ai loro assalti. Preferisco comporre la mia morte».
Roberta Tatafiore, fece i suoi esordi di giornalista sulle colonne del prestigioso quotidiano comunista il Manifesto Poi incrociò Pia e Carla, la coppia femminile che aveva costituito anche in Italia il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute. Ed insieme a Maria Adele Teodori, giornalista e scrittrice Radicale, inventarono «Lucciola» - con l’obiettivo di diffondere tra chi faceva quel «lavoro» la consapevolezza dei propri diritti.Ben presto, alla metà dei ’70, il Movimento delle Donne si spaccò tra chi - Roberta Tatafiore in testa, riteneva la prostituzione un lavoro come un altro, e chi invece considerava l’invasione del proprio corpo come la peggiore delle umiliazioni. Dieci anni dopo, l’ideologia della prestazione sessuale femminile in cambio di soldi, elaborata da Roberta, si era già sviluppata in una direzione, quella del «sesso commerciale»: vendere il proprio corpo, accettare centinaia di contatti(invasioni)da parte di sconosciuti spesso ripugnanti, era una forma di emancipazione della donna che andava vista in modo pragmatico e senza giudizi morali o peggio «moralistici»”.Era questo che Roberta sosteneva nel suo primo libro sull’argomento, «Sesso al lavoro - Da prostitute a sex workers». In quanto agli uomini di piacere, il discorso di Roberta era ancora più trionfalistico: di fronte a statistiche in Italia ancora insignificanti - uno dei prostituti bisex da lei interpellati calcolava in un rapporto da 1 a 15 le richieste che gli arrivavano da donne e da uomini - per l’autrice di «Uomini di piacere… e donne che li comprano», il potere del danaro congiunto al potere sessuale - che deriverebbe alle nuove «clienti» dall’aver scoperto con il femminismo il diritto al piacere(!)- sarebbe la molla che consente anche alle «donne comuni» di «permettersi il lusso» di pagarsi una certa quantità di sesso mercenario. Come sempre hanno fatto gli uomini.Ha collaborato a tutti i quotidiani del centrodestra. La sua morte così disperatamente eroica - un suicidio, non motivato, pare, da nessuna malattia inguaribile - é sostenuta da un discorso filosofico e letterario iniziato da oltre un anno; e che,approfondito in un testamento ancora non reso noto dalle amiche più vicine a lei, cui è stato indirizzato, forse aiuterà tutti e tutte a riflettere su un passaggio ineluttabile, a cui Roberta ha voluto accedere prima di noi. Per dare anche testimonianza di una società civile, quella italiana, che stenta a crescere su questi temi.Il suo articolo di qualche mese fa, in difesa del diritto di morire di Eluana Englaro, ne è la prova. E chiudeva così: «Mi chiedo cosa accadrà, dopo la legge che il governo si appresta a varare, di quello spazio privato di anarchia compassionevole, agìta all’interno di relazioni informali… Temo che verrà fortemente ridotto. E correremo il rischio, tutti e tutte, di ritrovarci come ‘farfalle prigioniere’…» Lei ha voluto volare via prima. Molti, del resto, negli ultimi mesi la sapevano all'estero, non potendo immaginare la fine che stava progettando.Roberta è stata una protagonista di prima fila del femminismo italiano, e di quello romano in particolare.Nel sesso commerciale Roberta non vedeva un problema di regolamentazione, repressione e controllo, che anzi contrastava vibratamente, né solo una questione di diritti delle prostitute, bensì un campo d'analisi di quel conflitto fra donne e uomini sulla sessualità, sul desiderio e sull'immaginario che la pratica femminista le aveva insegnato a guardare con occhio libero.Eccentrica e irriducibile nella sua vocazione libertaria che spesso la metteva in tensione con la sinistra moderata e radicale, era rimasta eccentrica e irriducibilmente libertaria anche quando, a metà degli anni 90, cambiò campo politico, convinta di trovare nella nuova destra più spazi per la sua idea di libertà di quanti ne avesse trovati a sinistra. Sì che anche le sue collaborazioni dell'ultimo quindicennio, con il Foglio, Libero, Il Secolo d'Italia, non avevano perso nulla della sua vis polemica, che si trattasse di opporsi alla moratoria sull'aborto o alla legge sul testamento biologico partorita dal governo. Tra i suoi libri vanno ancora ricordati Le nuove amanti , De bello fallico, storia di una brutta legge sulla violenza sessuale ,Tra donne e uomini, storie d'amore e di differenza . Un progetto, quello del suicidio, inseguito con gelida determinazione. Prima la "scelta di clandestinità", quel vivere di nascosto dagli amici, dal lavoro, dai giornali ai quali collaborava. Tre mesi di silenzio, anche di bugie - "Sto lavorando in Svizzera, starò a lungo fuori" - interrotto da frettolose telefonate che mai tradivano il suo disegno. Poi la scelta dell'albergo, vicino al suo appartamento dell'Esquilino. Un ultimo saluto alla casa, ai suoi libri, alla gatta, agli oggetti amati della sua bella famiglia calabrese. Le lettere di addio agli amici le ha spedite all'ultimo, missive piene di tenerezza e sorriso. L'ho scelto io, state sereni. Se Silvia Plath prima di ammazzarsi ha imburrato le fette di pane per i figli, Roberta Tatafiore per le persone amate ha lasciato parole lievi. La cameriera l'ha trovata verso sera, una corsa in ospedale, poi il precipitare nel mondo delle "larve nere".Il tema della morte non le era estraneo. Roberta Tatafiore cercava le "larve nere" nei romanzi e nella cronaca, ne era attratta e al contempo minacciata. "Lasciatemi addormentare come Saffo", Appare una costruzione letteraria anche questa sua morte, lucidamente inseguita, progettata, e raccontata in un memoriale di una cinquantina di pagine. Come una traccia lasciata agli amici, un gesto di condivisione. "È un diario dei suoi ultimi tre mesi, una cronaca meticolosa del suo progetto di morte", "Una sorta di "diario della clandestinità" in cui è dettagliatamente raccontato come Roberta s'è organizzata, che libri ha letto, come ci si prepara al suicidio". Il suicidio come possibilità di un'esistenza piena.Quale filo spezzato abbia piegato una personalità straripante, vitale, generosa è difficile ora capire. "Come tutte le donne veramente sofferenti"Roberta non esibiva il dolore". Ma anche questo nuovo territorio politico l'aveva delusa. Contro lo "statalismo chiesastico" esibito sul caso Englaro era incentrato nel febbraio scorso un suo appassionato intervento sul sito di DeA, donne e altri, probabilmente il suo ultimo articolo. In primo piano, ancora una volta, il suicidio, in tedesco Freitod, libera morte. Anche questo suo epilogo, in fondo, è rivendicazione di possesso. Ognuno di noi è padrone della propria vita, forse Roberta Tatafiore ha voluto ricordarcelo. Con dolcezza, senza rancore.
C'è qualcosa che inquieta e affascina in questo"commiato", un lucido e appassionato diario che accompagna la scelta del suicidio. Qualcosa che strappa alla morte la paura che ne abbiamo e le dona una veste di luce e di conseguimento.Ed è la normalità del suo gesto, non più pulsione estrema ma atto meditato, non scatto dissennato e violento ma scelta necessaria, una possibilità di vita che non ammette lacrime né intonazioni funebri, e nella sua naturalezza assai più conturbante della lacerazione prodotta dalla follia.
Un corpo a corpo con la morte condotto per tre mesi attraverso una scrittura sorvegliata e nitida, quasi a voler difendere in tutti i modi - anche esteticamente - la dignità del congedo, spogliato di quel carico di risentimento che ogni suicidio porta con sé.Roberta Tatafiore s'è suicidata l'8 aprile dello scorso anno.
Ha salutato la sua casa romana, imbucato le lettere per cinque amici, un breve passaggio dal parrucchiere - guai morire in disordine - e prenotato una stanza al "Novecento", un grazioso alberghetto di tre stelle all'Esquilino. La cameriera l'ha trovata agonizzante, sul comodino le Operette Morali di Leopardi e un cocktail micidiale di farmaci.Roberta aveva "composto" la sua morte con la stessa cura con cui preparava i suoi articoli: le missive "a orologeria", i regali postumi scelti con amore, la casa lasciata integra, senza ombre cupe di morte, confinate in un'anonima stanza di pensione. E poi questo straordinario journal del naufragio, documento unico nel suo genere, centoventi pagine che meticolosamente scandiscono la preparazione del gesto conclusivo, dal primo gennaio al 31 marzo del 2009.
Il titolo scelto dagli amici è La parole fine, quasi a rimarcare la centralità della narrazione, tramite ultimo e necessario.
«Poco prima di Natale», annota Roberta, «mi rendo conto che la morte è pronta, la scrittura mi trattiene». Le parole sono le uniche depositarie di senso. Ed è solo ad esse che si può affidare «la storia dopo la vita».
Quella che si svolge in Comporre la mia morte - così il titolo originario scelto dalla Tatafiore per il suo manoscritto - è una dolente «familiarizzazione con il suicidio», che comincia dalle donne capaci di «trasfigurare in poesia il gesto ultimo», Sylvia Plath ed Anne Sexton, Marina Cvetaeva ed Amelia Rosselli. La letteratura diviene l'ancoraggio in «quell'ondeggiare tra l'esistere e il dissolversi» che è la preparazione alla morte per propria mano. Suicidi fittizi e suicidi reali si rincorrono nelle pagine, ma non c'è compiacimento estetizzante, talvolta affiora anche un filo d'ironia per lo stile "casalingo" scelto da Plath o per i bei tempi andati in cui si poteva scegliere all'ultimo momento la stanza in cui morire - al modo di Pavese - senza dover prenotarla per tempo a causa del turismo di massa. Come se l'autrice fosse ben consapevole dell'inganno di quel gesto estremo, l'esibizionismo e l'ipertrofia dell'ego, e voglia ripararsene scavando nella verità dell'atto.«La scelta del suicidio non è pura e semplice volontà di morire. Ci si può uccidere per eccesso di voglia di vivere», quando le forze ti abbandonano. Quando non ti permettono più di "esercitare la virtù", scrive Roberta richiamandosi a Seneca.Quali fossero i fili spezzati della sua "turbinosa" esistenza emerge dalla storia famigliare, ferite mai curate che scaturiscono da un rapporto irrisolto con la mamma «intellettuale mancata» e da una relazione ancora più complicata con la figura paterna, rispettata ma mai amata. «Nata sotto le bombe, succhio nel latte materno lo sconquasso tardo e postbellico che investe la famiglia».Figlia della microborghesia foggiana, classe 1943, Roberta è resa fragile dalle fortune alterne del padre Guido, ingiustamente epurato dopo il fascismo, e dall'emancipazione incompiuta della madre, fino a quell'epilogo insensato che conferisce alla famiglia un destino di tragedia: l'uccisione del genitore - finalmente reintegrato a Roma - per mano di un pazzo. Roberta ha 18 anni, la sua vita definitivamente segnata. Ma le «fantasie mortifere» erano cominciate fin da bambina, come «un'antenna che capta il dolore disperso nell'aria».Può essere letto anche come un "gesto politico" il diario lasciato dalla Tatafiore. Coerentemente al suo profilo di combattente, la riflessione privata si rispecchia nella discussione pubblica sul testamento biologico e l'eutanasia (non casuale la sua scelta di pubblicare alcuni articoli dedicati al caso Englaro), e il senso di queste pagine si potrebbe riassumere nell'interrogativo: «A chi appartiene la vita? Credo che la vita appartenga a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza». Prima di arrendersi al dolore della sua esistenza, l'ultimo saluto è per "l'amica-che-sa", l'amica che con lei condivide l'agonia dell'attesa. La incontra nella sua casa, l'abbraccia e nell'accomiatarsi le dice che la saluterà dalla finestra. «Anche mia madre mi salutava così», dice l'amica. A Roberta è rimasta una sola certezza: «Le nostre madri, sono sicura, ci aiuteranno».
Spicca il richiamo simmetrico e contrario a “Comporre una vita”, il libro dell’antropologa Mary Bateson, uscito alla fine degli anni Novanta, nel quale si spiegava che nessun fallimento può piegare davvero una vita, perché il divenire e il superamento continuo degli accadimenti, attraverso la creatività umana, garantisce dallo scacco definitivo.
All’arte di comporre la vita Roberta Tatafiore ha voluto contrapporre – o ha voluto accompagnare – l’arte di comporre la propria morte. Il gesto di Roberta mi parla della drammaticità di una transizione collettiva, politica, antropologica che stiamo vivendo tutti e che macina tutto, vite comprese. Roberta era una persona sensibilissima. Non c’era niente che lei non valutasse in rapporto a sé e al mondo, in una conversazione continua con se stessa e con il mondo. Il suo gesto è un’istantanea di tutto ciò, la fotografia dell’esaurimento di una modalità dell’esistenza, del piombare nella macina che tutto stritola. Ruppe con la sinistra. Non perché fosse di destra con valori di destra, ma perché pensava che i problemi andavano affrontati con strumenti diversi da quelli che sembravano usurati. Roberta era una pioniera. E’ l’unica che ha seguito filoni che nessuna aveva il coraggio di affrontare, a volte in modo temerario. La vita di Roberta è stata un laboratorio, per sua volontà, e in un certo senso lo è la sua morte, con le modalità che lei ha scelto di darle. Anche il suo memoriale, che pure è pieno di riferimenti letterari, parla soprattutto di lei come laboratorio di se stessa. Una persona capace di sbatterti sul muso le sue certezze assolute senza mai dimenticare l’ironia che salva tutto, l’affetto e la comunicazione. Lei non ci ha voluto lasciare soli a confronto con il suo suicidio, ci ha lasciato pagine bellissime, fatte di ragionamento e narrazione. Il suo è un argomentare per portare alla luce la verità, la sua verità. E’ un libro di filosofia, nel senso più alto e antico del termine”.Roberta spiega, racconta, dettaglia la costruzione della sua morte e fa capire come quella morte lei l’ha scelta, in pienezza di libertà e di volontà. Lei credeva nella libertà, fino alle estreme conseguenze, e si è voluta liberare di un ospite inatteso. Atteso a lungo, anzi, perché racconta tanto di sé, della sua vita, della sua infanzia, di suo padre. Queste pagine, un studio lucidisssimo sul suicidio, sono un regalo prezioso, generoso e intelligente . Un regalo fatto anche per proteggere chi le ha voluto bene, perché Roberta racconta da donna libera, in pieno possesso di sé con una serenità che contagia il lettore.
Spicca il richiamo simmetrico e contrario a “Comporre una vita”, il libro dell’antropologa Mary Bateson, uscito alla fine degli anni Novanta, nel quale si spiegava che nessun fallimento può piegare davvero una vita, perché il divenire e il superamento continuo degli accadimenti, attraverso la creatività umana, garantisce dallo scacco definitivo.
All’arte di comporre la vita Roberta Tatafiore ha voluto contrapporre – o ha voluto accompagnare – l’arte di comporre la propria morte. Il gesto di Roberta mi parla della drammaticità di una transizione collettiva, politica, antropologica che stiamo vivendo tutti e che macina tutto, vite comprese. Roberta era una persona sensibilissima. Non c’era niente che lei non valutasse in rapporto a sé e al mondo, in una conversazione continua con se stessa e con il mondo. Il suo gesto è un’istantanea di tutto ciò, la fotografia dell’esaurimento di una modalità dell’esistenza, del piombare nella macina che tutto stritola. Ruppe con la sinistra. Non perché fosse di destra con valori di destra, ma perché pensava che i problemi andavano affrontati con strumenti diversi da quelli che sembravano usurati. Roberta era una pioniera. E’ l’unica che ha seguito filoni che nessuna aveva il coraggio di affrontare, a volte in modo temerario. La vita di Roberta è stata un laboratorio, per sua volontà, e in un certo senso lo è la sua morte, con le modalità che lei ha scelto di darle. Anche il suo memoriale, che pure è pieno di riferimenti letterari, parla soprattutto di lei come laboratorio di se stessa. Una persona capace di sbatterti sul muso le sue certezze assolute senza mai dimenticare l’ironia che salva tutto, l’affetto e la comunicazione. Lei non ci ha voluto lasciare soli a confronto con il suo suicidio, ci ha lasciato pagine bellissime, fatte di ragionamento e narrazione. Il suo è un argomentare per portare alla luce la verità, la sua verità. E’ un libro di filosofia, nel senso più alto e antico del termine”.Roberta spiega, racconta, dettaglia la costruzione della sua morte e fa capire come quella morte lei l’ha scelta, in pienezza di libertà e di volontà. Lei credeva nella libertà, fino alle estreme conseguenze, e si è voluta liberare di un ospite inatteso. Atteso a lungo, anzi, perché racconta tanto di sé, della sua vita, della sua infanzia, di suo padre. Queste pagine, un studio lucidisssimo sul suicidio, sono un regalo prezioso, generoso e intelligente . Un regalo fatto anche per proteggere chi le ha voluto bene, perché Roberta racconta da donna libera, in pieno possesso di sé con una serenità che contagia il lettore.
«Poco prima di Natale», annota Roberta, «mi rendo conto che la morte è pronta, la scrittura mi trattiene». Le parole sono le uniche depositarie di senso. Ed è solo ad esse che si può affidare «la storia dopo la vita».


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